de/di María Ángeles Pérez López
(trad. Marcela Filippi)
con Claudio Rodríguez
En la lombriz de tierra, nada es tierra. ¿Acaso a ella le importa su apellido? ¿La prudente certeza de las taxonomías? ¿La sucesión arbórea de nombres en latín que hunden sus raíces en la tierra más blanda?
Cuando se mueve, avanza en lo invisible. Anélido vibrante, conjetura, coágulo de tiempo entre lo oscuro. Su traslación es blanda y sinuosa, no acepta ni la línea ni el triángulo ni ningún mecanismo de lo rígido. No puede imaginar que otras especies reñimos violentamente con nuestros huesos. Que los soportamos con la resignada obstinación de quien carga todo el peso de la ley.
En el dócil cilindro de su cuerpo, entra y sale la tierra sin parar. Pero en ella hay tan solo ondulación. La insólita respuesta a los cambios de luz. El flujo en que persigue su deseo como si fuera un pez brillante bajo el agua al que no puede ver ni atrapar con las manos.
Sin embargo no siente ninguna desazón. En ella nunca cabe la sospecha, solo el tenaz empuje de lo vivo hacia todas las formas de lo vivo, la ebullición inquieta en lo ilegible.
Cuando baja hasta el mundo sin temor, ¿tropieza con la sangre derramada? Por ejemplo en Magenta o Nagasaki, en El Cairo y Alepo, en Srebrenica, ¿se empapa, pegajosa, de esa sangre? ¿De su alarido hirviente? ¿Del cauce enardecido con que el odio moja la piel oscura de los campos como ácido que mana sin ceder? ¿También de las ciudades, que se hincan de rodillas sobre sus edificios más humildes?
Cuando entran en el mundo sin temor, las lombrices conocen lo baldío, lo seco, lo atrapado en la intemperie. Pese a ello, descienden a la luz. Bajan por ascensores de cristal en los que entra pastoso el territorio y trasladan la dicha a todas partes. Sacramento y unción de la materia.
Después serán tomadas como cebo. Igual personas, campos y ciudades servirán como cebo y como espita. Agitarán temblando su temor en la boca arrasada de la muerte.
Pero antes, siempre antes de ese instante, es suya la hipótesis feliz de los anillos que unen cada parte de su cuerpo como se une el todo con el todo. Por eso conspiran y eclosionan hacia el barro, la tierra primordial. Por eso no aceptan venir hasta aquí y convertirse en línea y armazón, en verso empobrecido de esta página.
¿Cómo haré para entrar en su abandono, en la respiración concéntrica de lo que no se sabe?
Eslabón prodigioso en lo fugaz.
La alegría, impasible, invertebrada.
Nel lombrico di terra, nulla è terra. Forse a questo importa del suo cognome? Della prudente certezza delle tassonomie? Della successione arborea di nomi in latino che affondano le loro radici nella terra più morbida?
Quando si muove, avanza nell’invisibile. Anellide vibrante, congettura, coagulo di tempo tra l'oscuro. Il suo mutare di luogo è morbido e sinuoso, non accetta né la linea né il triangolo né alcun meccanismo di ciò che è rigido. Non può immaginare che noi altre specie litighiamo violentemente con le nostre ossa. Che le sopportiamo con la rassegnata ostinazione di chi carica tutto il peso della legge.
Nel docile cilindro del suo corpo, entra ed esce la terra senza sosta. Ma in esso c'è solo ondulazione. L’insolita risposta ai cambi di luce. Il flusso in cui insegue il suo desiderio come se fosse un pesce brillante sotto l'acqua che non può vedere né afferrare con le mani.
Tuttavia non prova alcun dispiacere. In esso non c'è mai spazio per il sospetto, solo la tenace spinta di ciò che è vivo verso tutte le forme viventi, l’ebollizione inquieta in ciò che è illeggibile.
Quando scende nel mondo senza timore, s'imbatte nel sangue versato? Per esempio a Magenta o Nagasaki, al Cairo e Aleppo, a Srebrenica, si impregna, appiccicoso, di quel sangue? Del loro grido furente? Del canale incandescente con cui l’odio bagna la pelle oscura dei campi come acido che sgorga senza cedere? Anche delle città, che si mettono in ginocchio sui loro edifici più umili?
Quando entrano nel mondo senza timore, i lombrichi conoscono la terra brulla, l'arido, ciò che è imprigionato nell’intemperie. Nonostante ciò, discendono verso la luce. Scendono attraverso ascensori di cristallo nei quali entra pastoso il territorio e trasferiscono la gioia ovunque. Sacramento e unzione della materia.
Poi saranno presi come esca. Allo stesso modo persone, campi e città serviranno come esca e come sfogo. Agiteranno tremando la loro paura nella bocca devastata dalla morte.
Ma prima, sempre prima di quell’istante, è sua l’ipotesi felice degli anelli che uniscono ogni parte del suo corpo così come si unisce il tutto con il tutto. Per questo cospirano si schiudono verso il fango, la terra primordiale. Per questo non accettano di venire fin qui e trasformarsi in linea e armatura, in verso impoverito di questa pagina.
Come farò per entrare nel suo abbandono, nella respirazione concentrica di ciò che non si sa?
Anello prodigioso in ciò che è fugace.
La gioia, impassibile, invertebrata.
(De Incendio Mineral. Editorial Vaso roto)
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