de/di Jorge Pérez Cebrián
(trad. Marcela Filippi)
Llamar hogar a unas paredes firmes
de donde no escapar,
en las que nada es nuevo.
Seguir las propias huellas donde lleven
para trazarse un rostro
y verlo en la distancia, acaso, un día.
Asegurarse sólo un solo ayer,
que condense el pasado en unos gestos
y haber exorcizado la sorpresa
con ritos
y palabras consabidas.
No mirar nunca hacia los lados,
más allá de las lindes
por más que un canto leve
nos reclame.
Volver la vista al suelo
y mantenerse a salvo del horror,
de aquel pánico escénico
de estar tan vivos,
vivos por vez primera a cada instante.
Y dejar cada noche
que una vaga sospecha de llegada
ahogue, de pasada, nuestros ojos,
para soñar quizá con otras sendas.
Antes
de volver a la barca,
de la civilizada muerte
de la rutina.
Definire focolaio pareti solide
da cui non fuggire,
nelle quali nulla è nuovo.
Seguire le proprie orme ovunque conducano
per tracciarvi un volto
e vederlo nella distanza, chissà, un giorno.
Assicurarsi soltanto un unico ieri,
che condensi il passato in pochi gesti
ed esorcizzare la sorpresa
con i soliti riti
e le parole di sempre.
Non guardare mai ai lati,
al di là dei limiti
per quanto un canto lieve
ci chiami.
Volgere lo sguardo al suolo
e mantenersi al sicuro dall'orrore,
da quel panico scenico
di essere così vivi,
vivi per la prima volta a ogni istante.
E lasciare che ogni notte
un vago sospetto di arrivo
affoghi, di sfuggita, i nostri occhi,
per sognare forse altri percorsi.
Prima di
ritornare alla barca,
della civilizzata morte
della quotidianità.
(De Cuánta noche cabe en un espejo. Editorial Pre-Textos, 2022)
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